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Se questa è pace

Se questa è pace

Di Gabriella Milella

“Lasciatemi in pace!” è una richiesta molto diffusa,
un’espressione frequente nel quotidiano, quando
si usa?

In genere quando ci sentiamo infastiditi o
se abbiamo avuto una discussione con qualcuno,
in sintesi quando è stato messo in discussione il
nostro “stare in pace”, dando per scontato che se
non fosse successo quel qualcosa, che ha provocato
la suddetta richiesta, ci troveremmo in pace,
ma è effettivamente così?

Un parallelismo viene
in mente con la considerazione che abbiamo del
nostro corpo: quando ci rendiamo conto di averlo?
O meglio quando pensiamo di avere un corpo
con potenzialità e limiti?

Quando qualcosa non va,
quando ci sentiamo male, mentre difficilmente percepiamo
lo stato di benessere psico-fisico: se un
organo si ammala lo sentiamo, altrimenti è come
se non esistesse e quindi ci sentiamo autorizzati ad
abusarne, anche sottoponendolo a stress intollerabili
che sono spesso anticamere di malattie.

Si può
dire lo stesso per lo stato di pace?

Se qualcosa
non lo turba non ci accorgiamo della sua esistenza.
Eppure dovrebbe essere almeno qualcosa di più
di un’assenza di disturbo, dovrebbe corrispondere
ad una condizione interiore di cui dovremo essere
consapevoli e che dovremmo fare il possibile per
conservare anche in presenza di “disturbi” esterni.
Non è molto confortante pensare che solo se ci
“arrabbiamo” richiediamo insistentemente la pace,
è come dire che la pace è soltanto il contrario della
guerra quindi, secondo il pensiero di Eraclito, sarebbe
interdipendente e destinata a una turnazione
eterna proprio con quest’ultima.

Tanto vale sostenere
che non è possibile rimanere troppo tempo in
pace, perché forse è troppo noioso e comunque
ci vuole qualcosa che interrompa questo stato per
poi rendere desiderabile tornare in pace.

Che la
pace sia un ideale e quindi difficilmente raggiungibile
è innegabile, ma è triste pensare che spesso
facciamo il possibile per non essere in pace e solo
successivamente versare lacrime da coccodrillo!

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